Il consenso è una pratica relazionale!
25 Settembre 2026
Negli ultimi tempi una parola è entrata con forza nel dibattito pubblico italiano: consenso. Il problema però, non riguarda solo la definizione, ovvero cosa sia il consenso, fondamentale è anche ragionare sul come si impara a praticarlo.
Il consenso non è una firma, un’autorizzazione acquisita una volta per tutte, né semplicemente la presenza di un «sì». È un processo relazionale: si costruisce, si modifica, si interrompe, si rinnova. Richiede ascolto di sé e dell’altra persona, capacità di riconoscere i propri desideri e i propri limiti, ma anche la disponibilità ad accettare che l’altra persona possa desiderare qualcosa di diverso.
La discussione sull’educazione sessuo-affettiva nelle scuole ha riportato al centro una questione fondamentale: come impariamo a costruire relazioni fondate sul rispetto, sulla libertà e sull’autodeterminazione?
In questa prospettiva, parlare di consenso significa parlare di libertà, integrità personale, potere e responsabilità. È esattamente questa la prospettiva della Convenzione di Istanbul, che considera la violenza contro le donne non come una somma di comportamenti individuali isolati, ma come fenomeno strutturale, violazione dei diritti umani e manifestazione delle discriminazioni e delle disuguaglianze di
potere tra donne e uomini. Per contrastare la violenza di genere, la Convenzione indica quattro azioni strettamente connesse: politiche integrate, prevenzione, protezione e sostegno delle vittime, perseguimento degli autori.
Questo significa che il contrasto alla violenza non può coincidere soltanto con gli interventi dopo che la violenza è avvenuta, al contrario il contrasto deve cominciare prima, attraverso azioni sui linguaggi, sugli immaginari, sulle relazioni, sugli stereotipi, sulle disuguaglianze e sulle competenze che permettono alle persone di riconoscere una relazione rispettosa da una relazione fondata sul controllo.
La violenza non nasce dal nulla
La violenza di genere si sviluppa dentro una cultura nella quale per lungo tempo sono stati istituiti ruoli, comportamenti e aspettative differenti per donne e uomini. L’idea che gli uomini debbano essere dominanti, forti, sessualmente intraprendenti e incapaci di mostrare vulnerabilità e che le donne debbano essere disponibili, accudenti, accomodanti e responsabili della qualità delle relazioni sono costruzioni sociali a tal punto interiorizzate da essere percepite come “naturali”. Così come la convinzione che la gelosia sia una prova d’amore o che l’insistenza possa trasformare un «no» in un «si» non sono semplici opinioni individuali, ma si radicano in norme sociali che contribuiscono a definire ciò che viene considerato normale, desiderabile o accettabile.
Su questo terreno bisogna necessariamente intervenire promuovendo cambiamenti nei comportamenti socioculturali di donne e uomini allo scopo di eliminare pregiudizi, costumi, tradizioni e pratiche basate sull’idea dell’inferiorità delle donne o su ruoli stereotipati, e porta questa responsabilità dentro l’educazione: lavorare sull’uguaglianza, sui ruoli di genere non stereotipati, sul rispetto reciproco, sulla gestione non violenta dei conflitti, sulla violenza di genere e sul diritto all’integrità personale.
La scuola diventa quindi un luogo fondamentale di prevenzione primaria. Non perché debba sostituirsi alla famiglia, ma perché è uno dei principali luoghi nei quali bambine, bambini e adolescenti imparano a stare nelle relazioni, a interpretare il proprio corpo e quello altrui, a costruire la propria identità e a riconoscere ciò che è rispettoso e ciò che non lo è.
Educare al consenso significa allora anche imparare a riconoscere il controllo, la pressione, la manipolazione, l’umiliazione, la minaccia, la svalutazione, l’isolamento e la violazione dei confini. Significa poter dare un nome a esperienze che spesso, soprattutto nelle fasi più giovani della vita, vengono percepite ma non ancora riconosciute come forme di violenza.
La sinergia con i Centri Antiviolenza
Perché questo lavoro non rimanga confinato alla dimensione scolastica, è fondamentale costruire una relazione stabile con i Centri Antiviolenza (CAV).
Le indicazioni condivise a livello internazionale attribuiscono grande importanza alla collaborazione tra istituzioni, servizi specialistici e società civile. In Italia il modello delle reti territoriali antiviolenza si muove proprio nella direzione di una risposta integrata, nella quale scuola, servizi sociali e sanitari, forze dell’ordine, servizi territoriali e Centri Antiviolenza possano dialogare secondo ruoli e competenze
differenti.
La presenza dei CAV nei percorsi educativi non dovrebbe essere pensata esclusivamente come possibilità di «intervenire quando emerge un caso». Il contributo dei CAV dovrebbe essere immaginato nella dimensione culturale e preventiva, sarebbe auspicabile che i saperi maturati attraverso l’ascolto delle donne, la capacità di lettura delle dinamiche di violenza e del riconoscimento dei meccanismi di controllo, potessero essere portati nelle scuole.
La sinergia può permettere di costruire percorsi nei quali ragazze e ragazzi imparino a decostruire gli stereotipi, a riconoscere i segnali della violenza, che conoscano i servizi presenti sul territorio e sappiano che chiedere aiuto non significa essere deboli.
Allo stesso tempo, questa collaborazione protegge la scuola dal rischio di trasformarsi impropriamente in un servizio di presa in carico: quando emerge una situazione di violenza, la risposta deve essere affidata a professionisti e servizi competenti, secondo procedure condivise e rispettose della sicurezza della persona.
Immaginare relazioni diverse
Non possiamo prevenire la violenza limitandoci a dire agli studenti che cosa non devono fare. Dobbiamo offrire loro la possibilità di sperimentare come può essere una relazione diversa: una relazione nella quale il desiderio non diventa pretesa, il conflitto non diventa sopraffazione, il limite non viene vissuto come un’offesa, il «no» non viene interpretato come una provocazione e la libertà dell’altra persona non viene percepita come una minaccia.
Per questo il consenso non è una regola da memorizzare. È una competenza relazionale da esercitare.
E la prevenzione della violenza non può limitarsi a insegnare a riconoscere la violenza quando appare. Deve mettere in discussione le condizioni culturali che la rendono possibile: gli stereotipi, i pregiudizi, le gerarchie, la normalizzazione del controllo, l’ che alcuni corpi abbiano più diritto di altri di occupare spazio, parlare, desiderare, scegliere.
La scuola, insieme ai Centri Antiviolenza e alle reti territoriali, può contribuire a costruire questo cambiamento.
Perché educare al consenso significa, in fondo, educare alla possibilità che ogni persona possa dire: questo lo voglio, questo non lo voglio, questo mi fa stare bene, questo mi mette a disagio, posso fermarmi, posso cambiare idea, e che anche l’altra persona ha esattamente lo stesso diritto.
Solo quando questa possibilità diventa esperienza quotidiana, il consenso smette di essere una parola e diventa cultura.
E soltanto una cultura capace di riconoscere l’autonomia e l’integrità di ogni persona può diventare, concretamente, una cultura della prevenzione della violenza.