Non dobbiamo essere donne “per bene”. Dobbiamo essere libere!
21 Settembre 2026
Come operatrici della Dedalus Cooperativa Sociale, non possiamo restare indifferenti davanti alle parole del ministro Tajani sulle donne «meno appariscenti, ma più affidabili, più serie» e con la gonna più lunga.
Dietro queste affermazioni c’è un’idea precisa: classificare le donne, decidere chi sia “per bene”, chi sia rispettabile, chi sia adatta a fare la moglie e la madre. È la solita cultura patriarcale che pretende di giudicare il valore delle donne a partire dal loro aspetto.
Questo meccanismo diventa ancora più evidente se allarghiamo lo sguardo a ciò che accade in questi giorni: da un lato c’è chi misura la serietà di una donna dalla lunghezza della gonna, dall’altro c’è chi vuole vietare il niqab o il burqa a scuola in nome di una presunta emancipazione.
Che si pretenda di coprire o di scoprire, il filo rosso è sempre lo stesso: la pretesa di normare, giudicare e disciplinare i corpi delle donne, trasformandoli in terreno di propaganda.
Ma cosa dovrebbe misurare l’abbigliamento di una donna? O il numero delle sue relazioni? Perché la maternità ci dovrebbe rendere più o meno rispettabili?
Quando la società insegna che il valore di una donna dipende dall’adeguarsi alle aspettative altrui, si mina alla base il principio stesso del consenso.
Per questo è urgente parlare di affettività, sessualità e consenso fin dall’adolescenza. Perché il consenso non è una firma, non è un’autorizzazione data una volta per tutte e non coincide semplicemente con un «sì».
È la capacità di riconoscere e rispettare i confini dell’altra persona.
Non vogliamo educare le ragazze a essere più “per bene”.
Vogliamo educare tutte e tutti alla libertà, al rispetto e alla capacità di riconoscere i propri confini e quelli dell’altra persona.
E nessuna gonna, nessun comportamento, nessuna scelta affettiva o sessuale può determinare quanto una donna meriti di essere rispettata.
Le operatrici della cooperativa Dedalus